Lascio qui il link dove si possono trovare gli atti del mio intervento alla conferenza tenuta col Bianconiglio:
http://www.bianconiglio.eu/category/conferenze/politica-violenta-e-politica-dei-giovani/
martedì 20 ottobre 2009
La dittaura della sicurezza
Lascio qui il link dove si possono trovare gli atti del mio intervento alla conferenza tenuta col Bianconiglio:
http://www.bianconiglio.eu/category/conferenze/la-dittatura-della-sicurezza/
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lunedì 19 ottobre 2009
La teologia politica di San Paolo
La teologia politica di Paolo di Tarso
Il più alto genio religioso della Chiesa, il più grande tra coloro che lavorarono per Cristo fu Paolo.
La storia di Paolo
Nato ebreo della tribù di Beniamino e cittadino romano a Tarso intorno al 10 d.C., cresciuto a Gerusalemme sotto la scuola di Gamaliele e abbracciato il farisaismo, Saulo è uno dei persecutori attivi della nascente cristianità[1]. Partecipa infatti alla lapidazione di Stefano (momento nel quale compare nelle Sacre Scritture At 8), ma in un viaggio verso Damasco la famosa “caduta” segna il momento della sua conversione (intorno al 33). Viene battezzato da Anania, ma deve fuggire (perché a sua volta braccato dai “vecchi amici”) e rimanere per tre anni nel deserto arabico. Dopo questo periodo di preparazione\esilio si presenta a Gerusalemme da Pietro e Giacomo con i quali rimane quindici giorni. Nulla si sa di ciò che si dicono, ma costoro lo affidano alla guida di Barnaba che lo porta con se ad evangelizzare Antiochia.
Da questo momento in poi il carisma, l’intuito e la lungimiranza di Paolo (egli stesso si latinizza il nome) segneranno per sempre l’indirizzo della Chiesa intera. Non a caso sarà più volte definito l’inventore del cristianesimo: tutto nella sua storia marcherà profondamente il futuro della nascente fede.
Più che la biografia intera di Paolo analizzeremo qui di seguito i punti fondanti utili alla nostra trattazione.
Cominciando dalla sua vocazione (non conversione, metànoia, termine che egli stesso utilizza per i pagani invece) che segna l’inizio di un nuovo impianto dottrinario, egli si autodefinisce “apostolo” per volere di Dio (Rm 1,1; 1Cor 1,1; Ef 1,1; Col 1,1), per chiamata immediata di Cristo. Cioè chiamato direttamente da Lui, senza tramiti, senza che una casta sacerdotale possa definire se sia degno o meno (questo è uno dei tanti atti di cesura netta che compie nei confronti della più pura giudaicità. Basti pensare alla totale perdita di valore che a questo punto avrebbero quelle lunghe liste di nomi dell’AT che hanno come scopo garantire la purezza dinastica). L’elezione per Paolo viene dall’alto e viene nei confronti di tutti. Esiste una specie di predestinazione, ma è una predestinazione di salvezza universale (quella che nei secoli a venire la Chiesa definirà “chiamata universale alla santità”). “Quelli che egli [Dio] da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). Questa predestinazione di alcuni va considerata, in maniera complementare, con la volontà di Dio di una salvezza universale: “[Dio] vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tim 2,4).
Quattordici anni dopo la conversione, nel 49 ca. ritorna con Barnaba a Gerusalemme (Gal 2,2 precisa che il motivo del viaggio fu "per una rivelazione") e partecipa al Concilio degli Apostoli. Come abbiamo visto precedentemente, la questione principale è il rapporto fra Cristianesimo e Torah[2].
Paolo ha ben chiaro che in ballo non c’è la mera adesione a leggi di una tradizione un po’ obsoleta, ma la fondazione di un Nuovo Patto, l’archè legittimante una fede, la verità teologica esprimente l’amore di Dio. L’uomo è vincolato al Vecchio Patto o no? La Legge salva o no?
La concettualizzazione teorica paolina del problema è presente principalmente nella Lettera ai Galati e ai Romani. Alle “opere della Legge” (cioè l’attualizzazione esteriore dei riti e precetti ebraici) Paolo contrappone la fede (cioè l'adesione interiore a Gesù Cristo morto e risorto), assegnando valore salvifico prevalentemente a questa. “La legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo” (Gal3,24-25); “Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia. Noi infatti per virtù dello Spirito, attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo” (Gal5,4-5).
Non sono tenere le parole che usa nei confronti dei suoi vecchi fratelli nella fede. In altri passi sembra che Paolo voglia “immolarsi” per il popolo ebraico (Rm 8 – Rm 11). E’ triste perché vede l’ira di Dio che vuole annientare il popolo che ha peccato, perché partecipa all’esperienza sconvolgente del fatto che il popolo di Dio non è più tale. In sostanza pare proprio dichiarare che, una volta non riconosciuto il Messia, l’ebraismo abbia perso la sua funzione e forse il motivo stesso della sua esistenza, il suo “diritto di primogenitura” (Rom 9,3). Siccome non può dichiarare apertamente ciò, perché Israele non può perdere la propria elezione in quanto la Parola di Dio non può venir meno, fa intuire che non tutti i discendenti di Israele sono Israele: il popolo del Patto è solo quello che si è convertito; non tutti secondo la carne sono tutti secondo la Promessa. E si ritorna così al principio, sancito con la sua vocazione, della centralità di una visione pneumatica: l’elezione secondo spirito[3].
Nel 58 torna dal suo secondo viaggio missionario a Gerusalemme, poi recatosi in Antiochia, dopo un periodo imprecisato parte per il terzo viaggio.
Questo momento è fondamentale, infatti, durante il suo soggiorno ad Efeso, Paolo comincia ad organizzare la cosiddetta “colletta dei santi”, una raccolta di offerte tra le sue comunità a favore della chiesa giudeo-cristiana di Gerusalemme (che non va confusa con la colletta in vista della carestia descritta in At 11,27-30).[4] È verosimile che Paolo abbia portato il frutto della raccolta a Gerusalemme al termine del viaggio (Rm 15,25-26), nella sua quinta e ultima visita che lo vedrà imprigionato. Oltre al valore meramente assistenziale per i poveri della città santa, la colletta aveva un forte significato simbolico-teologico: i giudeo-cristiani potevano vedere le comunità paoline come eretiche, in quanto staccate dalla Legge ebraica, e Paolo con questo gesto affermava tangibilmente la superiorità della sua posizione rispetto a quella gerosolimitana.
Analizziamo singolarmente il valore delle due collette: la prima, quella della carestia, arriva in un momento di crisi non solo naturale ma anche cultuale: era infatti l’anno sabbatico. I giudei e i giudeo-cristiani, astenendosi dal lavoro, attendevano forse una “provvidenziale manna” che li salvasse dalla fame. Ebbene Paolo, “l’uomo della Provvidenza”, porta loro questa manna, arrivata stavolta non dal mondo celeste, bensì da quello pagano; a dire che la Provvidenza passa dalla paganità, che la benevolenza di Dio non è un diritto esclusivo. La seconda, la colletta dei santi, risulterà ancora più offensiva. In uno spirito caritativo, che teoricamente legava tutte le comunità cristiane, ovviamente il più forte si occupava del più debole, il primo del secondo, il padre del figlio. Ecco allora che l’offerta cristiano-pagana a Gerusalemme (non di certo indirizzata al Tempio) diviene uno schiaffo morale non indifferente per la più antica comunità. La benevola disposizione d’animo (seppur solo di facciata) dei giudeo-cristiani per Paolo viene definitivamente meno, ed egli così, perdendone la protezione, diviene preda degli ebrei.
Imprigionato ed in procinto di essere processato, Paolo ricorda a tutti di essere civis romanus, prima che ebreo. Egli si appella ad una cittadinanza superiore, alla quale riconosce una autorità (a differenza di quella giudaica), e anche se lo fa per salvarsi la vita e scampare da un giudizio che sicuramente non sarebbe stato equo, un secondo spirito lo anima. Nel momento del suo arresto, quando si appella a Cesare (60 ca.), Paolo ha già compiuto molti viaggi e proprio per questo ha capito che per raggiungere “gli estremi confini della terra” è sufficiente raggiungere Roma. L’intuizione paolina è quanto mai cattolica, ambiziosa e nello stesso tempo elementare: egli vuole Roma. Anticipa idealmente di tre secoli quel che poi effettivamente si verificò chiedendosi: cosa potrebbe succedere al mondo se l’Imperatore si convertisse al cristianesimo?
Inoltre ha ben chiaro che i suoi vecchi contatti giudaici sono solo un trampolino di lancio per poter raggiungere l’obbiettivo, ma limitarsi a quelli equivarrebbe a non fare nulla. La sua evidente delusione datagli dal rifiuto ebraico della salvezza offerta da Cristo, si trasforma in consapevolezza che Dio, se è veramente Dio, non può che esserlo per tutti, aperto a tutti e uguale per tutti. Capito ciò si rivolge all’intero mondo della paganità, che per altra strada sarà chiamato alla salvezza[5].
Per la seconda volta la romanità difende la cristianità da un attacco della giudaicità: come Cristo (assolto da Pilato), anche Paolo viene riconosciuto innocente (62-63 ca.). L’apostolo sfrutta l’occasione per evangelizzare l’Urbe (forse compie un viaggio fino in Spagna), ma nel 67 l’epurazione di Nerone lo colpisce e in quanto cittadino romano viene decapitato (anziché crocifisso, sorte che tocca a Pietro).
La dottrina politica
Perché parlare di dottrina politica? Perché con-fondere l’opera religiosa di Paolo con la formazione politica che ne derivò? La risposta è nella domanda stessa: perché la dottrina di Paolo dà inizio ad un nuovo popolo, crea un nuovo mondo partendo dai modelli pre-esistenti ebraico e romano. Tra il mondo della comunità etnica giudaica e quello dell’ordinamento giuridico romano, Paolo crea il 3° che si affianca e contrappone ai due. Si contrappone a Roma relativizzandone l’ecumenismo mondiale (il Messia ha il dominio del mondo); si contrappone a Gerusalemme relativizzando i suoi confini d’auto-definizione basati su nòmos e éthnos[6].
Paolo teorizza un nuovo universo logico capace addirittura di farsi sostitutivo dell’ecumene imperiale. Quando dice “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28) smonta da dentro l’etica sulla quale si era fondato non solo l’impero ma tutta l’antichità. Rompe il piano di relazioni politico-sociali verticali creando un unico edificio comprendente ogni individuo e identificato, non già dal proprio ruolo, nome, o dall’etnia d’appartenenza, ma dalla comune figliolanza nei confronti di Dio Padre. In questa maniera, ogni realtà che precedentemente era caratterizzata da un particolare cursus onorum, ogni mos maiorum, ogni percorso iniziatico capace di portare ad una quale che sia posizione, viene svuotato di senso e può essere ri-giustificato solo ed esclusivamente all’interno del nuovo ecumene cattolico. Crea un mondo di “uguali”, inteso però con “uguali in Cristo”. Uguali tutti, ma di fronte a Dio. Basti pensare alla lettera a Filemone con la quale gli rimanda il servo Onesimo “non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo in primo luogo a me, ma quanto più a te, sia come uomo, sia come fratello nel Signore” (Fil 16). Paolo non vieta la schiavitù, la ricrea, la nobilita e dandole dignità è come se l’annullasse[7]. L’instrumenta vocandi, di ciceroniana memoria, è un uomo, con la dignità di ogni uomo, che il Signore ha chiamato ad essere servo. E’ Dio che dona una natura, di sempre pari dignità (ma di diverso ruolo), che si è chiamati ad adempiere, che chiama a delle missioni a seconda del carisma e della società nella quale si è immersi. “Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di misteri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti” (1 Cor 12, 4-6). Egli parla quindi di un mondo ordinato secondo natura ed in totale armonia in se stesso nel momento in cui ciascuno corrisponde alla propria natura. “Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito.”[8] (1Cor 12-14s). Con il paragone delle membra e del corpo Paolo si rifà all’idea platonica, luogo comune della dottrina politica ellenistica, secondo cui lo stato è “l’uomo in grande”. Il corpo del Messia è l’umanità[9]. Paolo è interessato alla fondazione di un nuovo popolo di Dio, non come teocrazia (cosa che vorrà fare Giuseppe Flavio), ma come corpo sociale in Cristo. Il medium della conoscenza di Dio è la comunità in quanto corpo di Cristo, l’alleanza in quanto “corporazione” [10]. Il singolo abbisogna, più d’ogni altro, dell’amore per il prossimo, grazie al quale appartiene al corpo di Cristo e partecipa al corpo pneumatico di Dio[11]. Discorso questo che sembra ricordare quello di Menenio Agrippa, mostrando ancora una volta il tentativo di Paolo di “reincarnare” la romanità con la cristianità[12].
“Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte. Alcuni perciò Dio li ha posti nella sua chiesa come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi vengono …” (1Cor 12, 27-28). Paolo scrive una gerarchia naturale in base alla chiamata e ai carismi, non fa menzione alcuna della struttura ramificata e centralizzata che poi la Chiesa svilupperà nel tempo[13].
Nella struttura gerarchica ideata da Paolo è evidente che l’attesa messianica è una speranza prossima. Il regno di Dio è vicino, non serve spendere tempo ed energie utili all’evangelizzazione per centralizzare la Chiesa. Nella sua visione pneumatica, grazie al principio della koinonìa, si legano tutte le chiese locali[14]. Quindi la gerarchia che costituisce l’Ecclesia non crea una nuova struttura di potere, non crea un alter imperium, bensì un alter spiritus.
L’Ecclesia paolina non è concepita come una polis autarchica, separata dalle altre, ma come un ordinamento universale (quindi cattolico) del mondo nuovo. Motivo per il quale essa entra in conflitto con l’ecumene imperiale che avanza la stessa pretesa. Questo conflitto però non è sostanziale ma, come detto, spirituale; non contro Roma, ma contro Marte; è a favore di una romanità cristiana, contro una romanità marziana[15]. Paolo non vuole abbattere l’Impero, ma costituirlo su diversa base: quella dell’amore, non tanto eroico quanto agapico (per il prossimo interno e per il nemico esterno).
I cristiani, in conclusione, non sono chiamati alla rivoluzione armata contro Roma (a differenza dei veri giudei, per i quali qualunque altro dominio è intrinsecamente insopportabile), o al pacifico boicottaggio[16]. Nella Prima lettera a Timoteo non si vede più una preghiera per il Regno di Dio, ma “per i re e per tutti quelli che stanno al potere” (1Tim 2,2). Lungi da intenti rivoluzionari, la chiesa cattolica diventa filo-imperiale prima ancora del suo riconoscimento. Non sente più di essere la comunità dell’esterno e per Eusebio ecumene e Impero si identificano[17].
In sostanza la teologia politica di Paolo non incrina la legittimità del potere, non invita mai alla disubbidienza, non mina la struttura imperiale, ma la rimpolpa di un diverso spirito, capace di durare anche oltre quelle che saranno le scelte dell’impero.
Il più alto genio religioso della Chiesa, il più grande tra coloro che lavorarono per Cristo fu Paolo.
La storia di Paolo
Nato ebreo della tribù di Beniamino e cittadino romano a Tarso intorno al 10 d.C., cresciuto a Gerusalemme sotto la scuola di Gamaliele e abbracciato il farisaismo, Saulo è uno dei persecutori attivi della nascente cristianità[1]. Partecipa infatti alla lapidazione di Stefano (momento nel quale compare nelle Sacre Scritture At 8), ma in un viaggio verso Damasco la famosa “caduta” segna il momento della sua conversione (intorno al 33). Viene battezzato da Anania, ma deve fuggire (perché a sua volta braccato dai “vecchi amici”) e rimanere per tre anni nel deserto arabico. Dopo questo periodo di preparazione\esilio si presenta a Gerusalemme da Pietro e Giacomo con i quali rimane quindici giorni. Nulla si sa di ciò che si dicono, ma costoro lo affidano alla guida di Barnaba che lo porta con se ad evangelizzare Antiochia.
Da questo momento in poi il carisma, l’intuito e la lungimiranza di Paolo (egli stesso si latinizza il nome) segneranno per sempre l’indirizzo della Chiesa intera. Non a caso sarà più volte definito l’inventore del cristianesimo: tutto nella sua storia marcherà profondamente il futuro della nascente fede.
Più che la biografia intera di Paolo analizzeremo qui di seguito i punti fondanti utili alla nostra trattazione.
Cominciando dalla sua vocazione (non conversione, metànoia, termine che egli stesso utilizza per i pagani invece) che segna l’inizio di un nuovo impianto dottrinario, egli si autodefinisce “apostolo” per volere di Dio (Rm 1,1; 1Cor 1,1; Ef 1,1; Col 1,1), per chiamata immediata di Cristo. Cioè chiamato direttamente da Lui, senza tramiti, senza che una casta sacerdotale possa definire se sia degno o meno (questo è uno dei tanti atti di cesura netta che compie nei confronti della più pura giudaicità. Basti pensare alla totale perdita di valore che a questo punto avrebbero quelle lunghe liste di nomi dell’AT che hanno come scopo garantire la purezza dinastica). L’elezione per Paolo viene dall’alto e viene nei confronti di tutti. Esiste una specie di predestinazione, ma è una predestinazione di salvezza universale (quella che nei secoli a venire la Chiesa definirà “chiamata universale alla santità”). “Quelli che egli [Dio] da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). Questa predestinazione di alcuni va considerata, in maniera complementare, con la volontà di Dio di una salvezza universale: “[Dio] vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tim 2,4).
Quattordici anni dopo la conversione, nel 49 ca. ritorna con Barnaba a Gerusalemme (Gal 2,2 precisa che il motivo del viaggio fu "per una rivelazione") e partecipa al Concilio degli Apostoli. Come abbiamo visto precedentemente, la questione principale è il rapporto fra Cristianesimo e Torah[2].
Paolo ha ben chiaro che in ballo non c’è la mera adesione a leggi di una tradizione un po’ obsoleta, ma la fondazione di un Nuovo Patto, l’archè legittimante una fede, la verità teologica esprimente l’amore di Dio. L’uomo è vincolato al Vecchio Patto o no? La Legge salva o no?
La concettualizzazione teorica paolina del problema è presente principalmente nella Lettera ai Galati e ai Romani. Alle “opere della Legge” (cioè l’attualizzazione esteriore dei riti e precetti ebraici) Paolo contrappone la fede (cioè l'adesione interiore a Gesù Cristo morto e risorto), assegnando valore salvifico prevalentemente a questa. “La legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo” (Gal3,24-25); “Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia. Noi infatti per virtù dello Spirito, attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo” (Gal5,4-5).
Non sono tenere le parole che usa nei confronti dei suoi vecchi fratelli nella fede. In altri passi sembra che Paolo voglia “immolarsi” per il popolo ebraico (Rm 8 – Rm 11). E’ triste perché vede l’ira di Dio che vuole annientare il popolo che ha peccato, perché partecipa all’esperienza sconvolgente del fatto che il popolo di Dio non è più tale. In sostanza pare proprio dichiarare che, una volta non riconosciuto il Messia, l’ebraismo abbia perso la sua funzione e forse il motivo stesso della sua esistenza, il suo “diritto di primogenitura” (Rom 9,3). Siccome non può dichiarare apertamente ciò, perché Israele non può perdere la propria elezione in quanto la Parola di Dio non può venir meno, fa intuire che non tutti i discendenti di Israele sono Israele: il popolo del Patto è solo quello che si è convertito; non tutti secondo la carne sono tutti secondo la Promessa. E si ritorna così al principio, sancito con la sua vocazione, della centralità di una visione pneumatica: l’elezione secondo spirito[3].
Nel 58 torna dal suo secondo viaggio missionario a Gerusalemme, poi recatosi in Antiochia, dopo un periodo imprecisato parte per il terzo viaggio.
Questo momento è fondamentale, infatti, durante il suo soggiorno ad Efeso, Paolo comincia ad organizzare la cosiddetta “colletta dei santi”, una raccolta di offerte tra le sue comunità a favore della chiesa giudeo-cristiana di Gerusalemme (che non va confusa con la colletta in vista della carestia descritta in At 11,27-30).[4] È verosimile che Paolo abbia portato il frutto della raccolta a Gerusalemme al termine del viaggio (Rm 15,25-26), nella sua quinta e ultima visita che lo vedrà imprigionato. Oltre al valore meramente assistenziale per i poveri della città santa, la colletta aveva un forte significato simbolico-teologico: i giudeo-cristiani potevano vedere le comunità paoline come eretiche, in quanto staccate dalla Legge ebraica, e Paolo con questo gesto affermava tangibilmente la superiorità della sua posizione rispetto a quella gerosolimitana.
Analizziamo singolarmente il valore delle due collette: la prima, quella della carestia, arriva in un momento di crisi non solo naturale ma anche cultuale: era infatti l’anno sabbatico. I giudei e i giudeo-cristiani, astenendosi dal lavoro, attendevano forse una “provvidenziale manna” che li salvasse dalla fame. Ebbene Paolo, “l’uomo della Provvidenza”, porta loro questa manna, arrivata stavolta non dal mondo celeste, bensì da quello pagano; a dire che la Provvidenza passa dalla paganità, che la benevolenza di Dio non è un diritto esclusivo. La seconda, la colletta dei santi, risulterà ancora più offensiva. In uno spirito caritativo, che teoricamente legava tutte le comunità cristiane, ovviamente il più forte si occupava del più debole, il primo del secondo, il padre del figlio. Ecco allora che l’offerta cristiano-pagana a Gerusalemme (non di certo indirizzata al Tempio) diviene uno schiaffo morale non indifferente per la più antica comunità. La benevola disposizione d’animo (seppur solo di facciata) dei giudeo-cristiani per Paolo viene definitivamente meno, ed egli così, perdendone la protezione, diviene preda degli ebrei.
Imprigionato ed in procinto di essere processato, Paolo ricorda a tutti di essere civis romanus, prima che ebreo. Egli si appella ad una cittadinanza superiore, alla quale riconosce una autorità (a differenza di quella giudaica), e anche se lo fa per salvarsi la vita e scampare da un giudizio che sicuramente non sarebbe stato equo, un secondo spirito lo anima. Nel momento del suo arresto, quando si appella a Cesare (60 ca.), Paolo ha già compiuto molti viaggi e proprio per questo ha capito che per raggiungere “gli estremi confini della terra” è sufficiente raggiungere Roma. L’intuizione paolina è quanto mai cattolica, ambiziosa e nello stesso tempo elementare: egli vuole Roma. Anticipa idealmente di tre secoli quel che poi effettivamente si verificò chiedendosi: cosa potrebbe succedere al mondo se l’Imperatore si convertisse al cristianesimo?
Inoltre ha ben chiaro che i suoi vecchi contatti giudaici sono solo un trampolino di lancio per poter raggiungere l’obbiettivo, ma limitarsi a quelli equivarrebbe a non fare nulla. La sua evidente delusione datagli dal rifiuto ebraico della salvezza offerta da Cristo, si trasforma in consapevolezza che Dio, se è veramente Dio, non può che esserlo per tutti, aperto a tutti e uguale per tutti. Capito ciò si rivolge all’intero mondo della paganità, che per altra strada sarà chiamato alla salvezza[5].
Per la seconda volta la romanità difende la cristianità da un attacco della giudaicità: come Cristo (assolto da Pilato), anche Paolo viene riconosciuto innocente (62-63 ca.). L’apostolo sfrutta l’occasione per evangelizzare l’Urbe (forse compie un viaggio fino in Spagna), ma nel 67 l’epurazione di Nerone lo colpisce e in quanto cittadino romano viene decapitato (anziché crocifisso, sorte che tocca a Pietro).
La dottrina politica
Perché parlare di dottrina politica? Perché con-fondere l’opera religiosa di Paolo con la formazione politica che ne derivò? La risposta è nella domanda stessa: perché la dottrina di Paolo dà inizio ad un nuovo popolo, crea un nuovo mondo partendo dai modelli pre-esistenti ebraico e romano. Tra il mondo della comunità etnica giudaica e quello dell’ordinamento giuridico romano, Paolo crea il 3° che si affianca e contrappone ai due. Si contrappone a Roma relativizzandone l’ecumenismo mondiale (il Messia ha il dominio del mondo); si contrappone a Gerusalemme relativizzando i suoi confini d’auto-definizione basati su nòmos e éthnos[6].
Paolo teorizza un nuovo universo logico capace addirittura di farsi sostitutivo dell’ecumene imperiale. Quando dice “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28) smonta da dentro l’etica sulla quale si era fondato non solo l’impero ma tutta l’antichità. Rompe il piano di relazioni politico-sociali verticali creando un unico edificio comprendente ogni individuo e identificato, non già dal proprio ruolo, nome, o dall’etnia d’appartenenza, ma dalla comune figliolanza nei confronti di Dio Padre. In questa maniera, ogni realtà che precedentemente era caratterizzata da un particolare cursus onorum, ogni mos maiorum, ogni percorso iniziatico capace di portare ad una quale che sia posizione, viene svuotato di senso e può essere ri-giustificato solo ed esclusivamente all’interno del nuovo ecumene cattolico. Crea un mondo di “uguali”, inteso però con “uguali in Cristo”. Uguali tutti, ma di fronte a Dio. Basti pensare alla lettera a Filemone con la quale gli rimanda il servo Onesimo “non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo in primo luogo a me, ma quanto più a te, sia come uomo, sia come fratello nel Signore” (Fil 16). Paolo non vieta la schiavitù, la ricrea, la nobilita e dandole dignità è come se l’annullasse[7]. L’instrumenta vocandi, di ciceroniana memoria, è un uomo, con la dignità di ogni uomo, che il Signore ha chiamato ad essere servo. E’ Dio che dona una natura, di sempre pari dignità (ma di diverso ruolo), che si è chiamati ad adempiere, che chiama a delle missioni a seconda del carisma e della società nella quale si è immersi. “Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di misteri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti” (1 Cor 12, 4-6). Egli parla quindi di un mondo ordinato secondo natura ed in totale armonia in se stesso nel momento in cui ciascuno corrisponde alla propria natura. “Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito.”[8] (1Cor 12-14s). Con il paragone delle membra e del corpo Paolo si rifà all’idea platonica, luogo comune della dottrina politica ellenistica, secondo cui lo stato è “l’uomo in grande”. Il corpo del Messia è l’umanità[9]. Paolo è interessato alla fondazione di un nuovo popolo di Dio, non come teocrazia (cosa che vorrà fare Giuseppe Flavio), ma come corpo sociale in Cristo. Il medium della conoscenza di Dio è la comunità in quanto corpo di Cristo, l’alleanza in quanto “corporazione” [10]. Il singolo abbisogna, più d’ogni altro, dell’amore per il prossimo, grazie al quale appartiene al corpo di Cristo e partecipa al corpo pneumatico di Dio[11]. Discorso questo che sembra ricordare quello di Menenio Agrippa, mostrando ancora una volta il tentativo di Paolo di “reincarnare” la romanità con la cristianità[12].
“Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte. Alcuni perciò Dio li ha posti nella sua chiesa come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi vengono …” (1Cor 12, 27-28). Paolo scrive una gerarchia naturale in base alla chiamata e ai carismi, non fa menzione alcuna della struttura ramificata e centralizzata che poi la Chiesa svilupperà nel tempo[13].
Nella struttura gerarchica ideata da Paolo è evidente che l’attesa messianica è una speranza prossima. Il regno di Dio è vicino, non serve spendere tempo ed energie utili all’evangelizzazione per centralizzare la Chiesa. Nella sua visione pneumatica, grazie al principio della koinonìa, si legano tutte le chiese locali[14]. Quindi la gerarchia che costituisce l’Ecclesia non crea una nuova struttura di potere, non crea un alter imperium, bensì un alter spiritus.
L’Ecclesia paolina non è concepita come una polis autarchica, separata dalle altre, ma come un ordinamento universale (quindi cattolico) del mondo nuovo. Motivo per il quale essa entra in conflitto con l’ecumene imperiale che avanza la stessa pretesa. Questo conflitto però non è sostanziale ma, come detto, spirituale; non contro Roma, ma contro Marte; è a favore di una romanità cristiana, contro una romanità marziana[15]. Paolo non vuole abbattere l’Impero, ma costituirlo su diversa base: quella dell’amore, non tanto eroico quanto agapico (per il prossimo interno e per il nemico esterno).
I cristiani, in conclusione, non sono chiamati alla rivoluzione armata contro Roma (a differenza dei veri giudei, per i quali qualunque altro dominio è intrinsecamente insopportabile), o al pacifico boicottaggio[16]. Nella Prima lettera a Timoteo non si vede più una preghiera per il Regno di Dio, ma “per i re e per tutti quelli che stanno al potere” (1Tim 2,2). Lungi da intenti rivoluzionari, la chiesa cattolica diventa filo-imperiale prima ancora del suo riconoscimento. Non sente più di essere la comunità dell’esterno e per Eusebio ecumene e Impero si identificano[17].
In sostanza la teologia politica di Paolo non incrina la legittimità del potere, non invita mai alla disubbidienza, non mina la struttura imperiale, ma la rimpolpa di un diverso spirito, capace di durare anche oltre quelle che saranno le scelte dell’impero.
[1] Paolo era, per nascita, cittadino romano (At16,37-38; 22,25-29; 25,7-12). Nei primi tempi dell'impero la cittadinanza romana era un privilegio ereditario non comune, soprattutto per gli abitanti delle province non italiche, e comportava notevoli vantaggi economici, politici, fiscali, giuridici. Non è chiara l'origine di questo status paolino e sono state elaborate diverse ipotesi:
- gli avi di Paolo risiedendo a Tarso beneficiarono del privilegio concesso ad alcuni Ebrei della Cilicia durante la campagna di Cesare contro Farnace, nel 47 a.C. circa. Bibbia TOB, nota a At 22,28.
- gli avi di Paolo risiedendo a Tarso ottennero la cittadinanza in occasione di diversi privilegi concessi ai cittadini di Tarso da Marco Antonio dopo la vittoria a Filippi del 42 a.C.;
- il padre (o il nonno) di Paolo, fabbricatore di tende, si distinse per l'aiuto militare fornito all'esercito romano durante una campagna militare di Cesare, Antonio o Pompeo e ottenne in riconoscimento la cittadinanza. Bruce, F. F. The Book of Acts. Grand Rapids: Eerdmans, 1988
- i genitori di Paolo furono condotti come prigionieri di guerra dalla città giudea di Giscala a Tarso (vedi Girolamo), divennero schiavi di un romano, furono affrancati ricevendo poi in qualche maniera la cittadinanza. M. Hengel, Il Paolo precristiano, Studi Biblici 100, Brescia 1992, cit. da Dizionario di Paolo e delle sue lettere, voce "Cittadinanza romana", Cinisello Balsamo 1999.
- Paolo, o uno dei suoi avi, ottenne la cittadinanza perché adottati da una delle Gens con questo privilegio, o furono iniziati ai culti misterici orfico-mitriaci. Questa posizione è ricavabile anche in: V. Macchioro, Orfismo e paolinismo, Montevarchi 1922 e Heitmuller, Taufe und abendmahl bei Paulus, Gottingen 1903.
- Paolo faceva parte della famiglia regale degli Erodiani [Robert Eisenman, "Paul as Herodian", in Journal of Higher Criticism, 3/1 (1996), pp. 110-122.] all'antenato dei quali (Erode Antipatro) fu concessa da Cesare la cittadinanza. [Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, 14,137] Accenni (vaghi) a questo legame familiare sarebbero riscontrabili in At13,1; Rm16,10-11. Questa ipotesi non gode di largo consenso tra gli studiosi, anche per l'estraneità che traspare dall'incontro tra Paolo e l'erodiano Marco Giulio Agrippa II in At26.
[2] Nonostante l'atmosfera irenica che traspare dal resoconto di Atti, lo scontro tra le due fazioni dovette essere abbastanza aspro, come testimoniato da Galati. Inoltre il comune accordo raggiunto a Gerusalemme non impedì che la questione avesse uno strascico successivo, il cosiddetto "incidente d'Antiochia" (riferito dal solo Paolo in Gal 2,11-14). A quanto pare la comunità giudeo-cristiana continuava a vedere gli ellenisti come una sorta di cristiani di "seconda categoria", arrivando a scindere la mensa (eucaristica?) per le due distinte comunità. In At 10,1+ e At 11,2 è mostrato nel primo riferimento la chiamata di Dio, nei confronti di Pietro, all’apertura verso i pagani, ma la sua iniziale incomprensione; nel secondo l’accusa da parte dei giudeo-cristiani a Pietro per il mancato rispetto della Legge.
[3] Cfr. Jacob Taubes, La teologia politica di San Paolo, Milano 1997.
[4] Il particolare è assente nella descrizione di Atti ma ricorre con insistenza nelle lettere alle varie comunità (vedi in particolare 1Cor 16,1-4; 2Cor 8-9; Rm 15,25-27), e sembra una "clausola" del concilio di Gerusalemme (Gal 2,10).
[5] “Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”, Mt 21,43.
[6] Cfr. Jacob Taubes, La teologia politica di San Paolo, Milano 1997
[7] 1Tim 6,1 “Quelli che si trovano sotto il giogo della schiavitù trattino con ogni rispetto i loro padroni”
[8] Impossibile non notare l’assenza dell’indifferenziazione tra “uomo e donna” (assente anche in Efesini e Colossesi), presente invece nella sola Gal 3,28. Le due Lettere redatte entrambe ad Efeso negli stessi anni, tra il 52 e il 54 d.C. è probabile che rispondessero a diverse sensibilità nelle chiese alle quali erano destinate.
[9] Cfr. Jacob Taubes, Escatologia occidentale, Garzanti 1997, pag. 90.
[10] Con il termine “conoscenza” Paolo non intende gnosi, ma jadà: dall’ebraico “riconoscere”, lemma che connota un’unione sessuale.
[11] Cfr. Jacob Taubes, La teologia politica di San Paolo, Milano 1997, pag. 216.
[12] E’ possibile anche vedere la proporzione fra l’equivalenza città\uomo platonica e umanità\cosmo paolina.
[13] Vescovi, presbiteri e diaconi in quest’ordine di importanza\responsabilità è l’ordine paolino ripreso dai padri apostolici che poi si rivelerà il vincente
[14] La Comunione tra le singole chiese attraverso la confessione di Cristo, e non attraverso un’identità di strutture. Cf.1Cor 1,2
[15] Tema ripreso da Agostino in De civitate dei che però a differenza di Paolo crede insanabile l’origine bellica dell’urbe
[16] “La teocrazia si basa sull’animo sostanzialmente anarchico (nomade e beduino) d’Israele. In essa si manifesta il desiderio dell’uomo di essere libero da ogni legame umano e terreno e di essere legato da un patto con Dio” - Buber Martin, La regalità di Dio, Marietti, Genova 1989, pag. 106
“Gli zeloti non si sono solo difesi, ma hanno contestato all’impero romano il dominio terreno. Sono stati due principi universali a scontrarsi. L’impero mondiale dei padroni si schierava contro la rivoluzione universale degli oppressi” – K. Lowith, Da Hegel a Nietzsche, Einaudi, Torino 1981, pag. 464.
[17] Jacob Taubes, Escatologia occidentale, Garzanti 1997, pag. 107.
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martedì 6 ottobre 2009
Giovanile di Centro
MANIFESTO IDEOLOGICO ISTITUTIVO DEL
1° CIRCOLO GIOVANILE UDC IV MUNICIPIO
Da ormai quasi 300 anni siamo costretti a pensare la politica come una contrapposizione perfetta e ineluttabile di due schieramenti disposti su seggiole a destra e sinistra rispetto a un Presidente. Niente e nessuno è in grado di dimostrare il dogma di tale presunta perfezione (anche perché il pensiero dei due schieramenti contrapposti si dimostra sovente vago e inconsistente), eppure alla base del pensiero delle due formazioni vi è una sostanziale deficienza! Le ideologie dovrebbero interpretare il loro tempo e presentare proposte per costituire una società migliore. Eppure sono entrambe caratterizzate da un’intrinseca incapacità di capire il presente. Partono infatti da un’astrazione storica, non dalla realtà, dimostrandosi quindi incapaci di comprendere l’attuale.
Dal lato sinistro si inseguono i valori del progresso e della modernità, della cultura positivista e materialista; si genera l’immagine ideale dei “tempi messianici”, secolarmente tradotta nel socialista “Sol dell’avvenire”, che nello spiritualismo contemporaneo diventa il “New Age”.
Dal lato destro ci si rifà ai valori del mondo della tradizione ovvero i valori spirituali che costituiscono l’unico e supremo punto di riferimento per l’organizzazione dello stato; si genera quindi l’immagine dei un tempo che fu, di un’età dell’oro, in cui l’umanità viveva in un ordine cosmico che si rifletteva nell’ordine sociale.
Nella cultura di “sinistra” il passato è un tempo oscuro, dove regnano superstizione ed ignoranza, il presente una evoluzione ancora imperfetta, il futuro sarà migliore (peccato che il futuro sia logicamente inarrivabile).
Nella cultura di “destra”, invece, il passato è un età dell’oro irrimediabilmente persa, nella quale ognuno viveva al suo posto secondo un ordine naturale e senza invidia di classe. Il presente è una terribile conseguenza di questa perdita, il futuro una specie di vendetta dei tempi.
Sia la cultura “di destra” che quella “di sinistra”, quindi, esistono nell’auspicio di una rivoluzione dell’esistente. Paradossale che poi la “rivoluzione” sia quel movimento che porta esattamente nel punto di partenza…
Le due filosofie di base si dimostrano pertanto irreali e irrealizzabili.
Oppure, come sempre più spesso accade, l’astrazione delle ideologie è solo il velo che copre interessi di potere e di parte. Il vuoto dei contenuti è coperto dall’invito propagandistico, proveniente dagli schieramenti contrapposti, a scegliere la propria parte come “male minore”, come unica possibilità di evitare il “pericolo” della vittoria di una avversario demonizzato.
A tutto ciò si può opporre una filosofia che parta dal reale, dal presente, dalla persona. Senza demonizzare né mitizzare il passato e guardando al futuro con sensata Speranza anziché con insulso ottimismo.
Per questo motivo, fra destra e sinistra, diciamo… centro!
Ma praticamente? Per punti?
Quale ideologia?
Contro le ideologie che guardano allo Stato come obiettivo.
Per un’ideologia che parta dall’uomo/cittadino come fine e veda la Stato come mezzo.
Contro il liberal-capitalismo o il liberal-socialismo per cui l’essere umano è un ingranaggio del sistema economico o statale.
Per un liberal-organicismo dove ogni persona è riconosciuta come parte viva, dignitosa e fondamentale di un unico corpo.
Contro l’individualismo liberista e socialista.
Per una società solidale fondata sulla famiglia e sulla Dottrina sociale della Chiesa.
Quale Stato?
Contro l’onnipotente stato fascista o comunista.
Per un associazionismo che costruisca un corpus unicum partendo dal principio di sussidiarietà.
Contro una patria che vuole figli per sentimenti nazionalisti o uno stato che vuole cittadini per convenienza economica.
Per un paese che si impegni per i Diritti della persona umana.
Per uno stato che non fagociti i suoi cittadini (l’aborto non è una conquista, ma ogni volta che una donna è costretta farlo è una dimostrazione di fallimento per uno Stato civile) e non consenta la loro autodistruzione (la legalizzazione non è una conquista, ma un gesto di acquiescenza al “decerebramento” dei cittadini).
Quale cultura?
Orgogliosi della tradizione Romana e Cristiana, ma senza ricusare le importanti conquiste della modernità.
Contro bipartitismo, massonismo, personalismo e leaderizzazione, populismo, demagogia, scissionismo e neo-fascismo leghista.
Per un’Europa forte, libera dall’imperialismo statunitense, consapevole e fiera della propria storia e delle proprie origini cristiane.
Per una pratica politica che sia ispirata alla cultura filosofico-politica di Augusto del Noce e all’esempio di persone del calibro di Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi, Giorgio La Pira, Aldo Moro. Figure insigni di moralità tanto nel pubblico quanto nel privato.
Simone Budini
1° CIRCOLO GIOVANILE UDC IV MUNICIPIO
Da ormai quasi 300 anni siamo costretti a pensare la politica come una contrapposizione perfetta e ineluttabile di due schieramenti disposti su seggiole a destra e sinistra rispetto a un Presidente. Niente e nessuno è in grado di dimostrare il dogma di tale presunta perfezione (anche perché il pensiero dei due schieramenti contrapposti si dimostra sovente vago e inconsistente), eppure alla base del pensiero delle due formazioni vi è una sostanziale deficienza! Le ideologie dovrebbero interpretare il loro tempo e presentare proposte per costituire una società migliore. Eppure sono entrambe caratterizzate da un’intrinseca incapacità di capire il presente. Partono infatti da un’astrazione storica, non dalla realtà, dimostrandosi quindi incapaci di comprendere l’attuale.
Dal lato sinistro si inseguono i valori del progresso e della modernità, della cultura positivista e materialista; si genera l’immagine ideale dei “tempi messianici”, secolarmente tradotta nel socialista “Sol dell’avvenire”, che nello spiritualismo contemporaneo diventa il “New Age”.
Dal lato destro ci si rifà ai valori del mondo della tradizione ovvero i valori spirituali che costituiscono l’unico e supremo punto di riferimento per l’organizzazione dello stato; si genera quindi l’immagine dei un tempo che fu, di un’età dell’oro, in cui l’umanità viveva in un ordine cosmico che si rifletteva nell’ordine sociale.
Nella cultura di “sinistra” il passato è un tempo oscuro, dove regnano superstizione ed ignoranza, il presente una evoluzione ancora imperfetta, il futuro sarà migliore (peccato che il futuro sia logicamente inarrivabile).
Nella cultura di “destra”, invece, il passato è un età dell’oro irrimediabilmente persa, nella quale ognuno viveva al suo posto secondo un ordine naturale e senza invidia di classe. Il presente è una terribile conseguenza di questa perdita, il futuro una specie di vendetta dei tempi.
Sia la cultura “di destra” che quella “di sinistra”, quindi, esistono nell’auspicio di una rivoluzione dell’esistente. Paradossale che poi la “rivoluzione” sia quel movimento che porta esattamente nel punto di partenza…
Le due filosofie di base si dimostrano pertanto irreali e irrealizzabili.
Oppure, come sempre più spesso accade, l’astrazione delle ideologie è solo il velo che copre interessi di potere e di parte. Il vuoto dei contenuti è coperto dall’invito propagandistico, proveniente dagli schieramenti contrapposti, a scegliere la propria parte come “male minore”, come unica possibilità di evitare il “pericolo” della vittoria di una avversario demonizzato.
A tutto ciò si può opporre una filosofia che parta dal reale, dal presente, dalla persona. Senza demonizzare né mitizzare il passato e guardando al futuro con sensata Speranza anziché con insulso ottimismo.
Per questo motivo, fra destra e sinistra, diciamo… centro!
Ma praticamente? Per punti?
Quale ideologia?
Contro le ideologie che guardano allo Stato come obiettivo.
Per un’ideologia che parta dall’uomo/cittadino come fine e veda la Stato come mezzo.
Contro il liberal-capitalismo o il liberal-socialismo per cui l’essere umano è un ingranaggio del sistema economico o statale.
Per un liberal-organicismo dove ogni persona è riconosciuta come parte viva, dignitosa e fondamentale di un unico corpo.
Contro l’individualismo liberista e socialista.
Per una società solidale fondata sulla famiglia e sulla Dottrina sociale della Chiesa.
Quale Stato?
Contro l’onnipotente stato fascista o comunista.
Per un associazionismo che costruisca un corpus unicum partendo dal principio di sussidiarietà.
Contro una patria che vuole figli per sentimenti nazionalisti o uno stato che vuole cittadini per convenienza economica.
Per un paese che si impegni per i Diritti della persona umana.
Per uno stato che non fagociti i suoi cittadini (l’aborto non è una conquista, ma ogni volta che una donna è costretta farlo è una dimostrazione di fallimento per uno Stato civile) e non consenta la loro autodistruzione (la legalizzazione non è una conquista, ma un gesto di acquiescenza al “decerebramento” dei cittadini).
Quale cultura?
Orgogliosi della tradizione Romana e Cristiana, ma senza ricusare le importanti conquiste della modernità.
Contro bipartitismo, massonismo, personalismo e leaderizzazione, populismo, demagogia, scissionismo e neo-fascismo leghista.
Per un’Europa forte, libera dall’imperialismo statunitense, consapevole e fiera della propria storia e delle proprie origini cristiane.
Per una pratica politica che sia ispirata alla cultura filosofico-politica di Augusto del Noce e all’esempio di persone del calibro di Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi, Giorgio La Pira, Aldo Moro. Figure insigni di moralità tanto nel pubblico quanto nel privato.
Simone Budini
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giovedì 30 aprile 2009
Assemblea Nomentano Succursale 30/4
FELICITA’ E’ AGIRE
Giovani dispersi nella nostra città contemporanea
Giovani dispersi nella nostra città contemporanea
Percepita come un mondo sempre più lontano dalla quotidianità che vivono i ragazzi d’oggi, la città contemporanea globalizzata, rischia di annichilire le coscienze dei giovani cittadini e portarli a un conseguente disinteresse per la cosa-pubblica. L’intento è quello di dare nuove coordinate agli studenti per interpretare la realtà che li circonda, e di risvegliare in loro l’interesse a una vita attiva, attualizzando l’insegnamento immortale di Socrate: felicità è agire.
Con un approccio sistemico fra il dialettico e il didattico, l’incontro dei ragazzi con un loro coetaneo poco più grande crede di poter carpire l’attenzione e l’interesse ai concetti proposti, non puntando all’assimilazione di questi, ma usandoli come strumenti per accendere la più sana curiosità.
Con un approccio sistemico fra il dialettico e il didattico, l’incontro dei ragazzi con un loro coetaneo poco più grande crede di poter carpire l’attenzione e l’interesse ai concetti proposti, non puntando all’assimilazione di questi, ma usandoli come strumenti per accendere la più sana curiosità.
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martedì 21 aprile 2009
domenica 19 aprile 2009
Esoterismo e politica
L’esoterismo nella cultura di destra L’esoterismo nella cultura di sinistra
Fabrizio Ponzetta - Jubal Editore
Cap.1
L’esoterismo nella cultura di destra, l’esoterismo nella cultura di sinistra
1.1 Politica, exoterismo ed esoterismo
Nel mondo antico la politica non godeva di alcuna autonomia, era indistinguibile dalla morale e dalla religiosità fu Niccolo Machiavelli a riformare questo concetto di politica. La Chiesa Cattolica si oppose alla nuova ideologia tanto che, l’abate scrittore Augustin Barruel, parlò del fine delle logge massoniche, come quello della sostituzione dei valori morali e religiosi del cattolicesimo con quelli laici della massoneria. Diversa la posizione delle altre chiese protestanti notoriamente nate sotto l’ala protettiva della politica moderna. In tutto questo la cultura exoterica spiccatamente cattolica e quella esoterica si fronteggiano.
1.2 Cultura di destra e cultura di sinistra
Da lato sinistro si inseguono i valori del progresso e della modernità, della cultura positivista e materialista; si genera l’immagine ideale dei “tempi messianici”, secolarmente tradotta nel socialista “Sol dell’avvenire”, che nello spiritualismo contemporaneo diventa il “New Age”.
Dal lato destro ci si rifà ai valori del mondo della tradizione ovvero i valori spirituali che costituiscono l’unico e supremo punto di riferimento per l’organizzazione dello stato; si genera quindi l’immagine dei un tempo che fu, di un’età dell’oro, in cui gli uomini-dei vivevano nell’ordine cosmico che si rifletteva nell’ordine sociale.
La Nuova Sinistra si sganciò però dalla ideologia marxista-leninista e anche da una visione materialista e pragmatica della vita. Incanalò invece, in un “contrordine” di rivoluzione interiore, guidato da una serie di guru, culti orientali, ecologisti, tradizionali e filosofie neopagane. Rilesse Reich inventando la psicoterapia umanista, le terapie bioenergetiche, sviluppando (grazie ai principali Steiner, Krishnamurti, Rajnessh) un esoterismo di massa, ovvero il new age.
Le critiche, dei cardinali tradizionalisti Evola e Guénon, furono di eccessiva superficialità, nella fuorviante riletture in senso moderno della Tradizione.
Cap.2
La percezione della storia nella cultura di destra e nella cultura di sinistra
2.1 Presente, passato e futuro
Mentre a “destra” l’esoterismo è un complesso di segreti che non devono essere divulgati, ma piuttosto custoditi; a “sinistra” appare come una “grotta dei tesori” che farebbero evolvere l’individuo e l’umanità verso una “nuova era dell’acquario”.
Nella cultura di “sinistra” il passato (sopratutto mitico) è un tempo oscuro, dove regnano superstizione ed ignoranza, il presente una evoluzione ancora imperfetta, il futuro sarà migliore.
Nella cultura di “destra”, invece, il passato è un età dell’oro irrimediabilmente persa, nella quale ognuno viveva al suo posto secondo un ordine naturale e senza invidia di classe. Il presente è una terribile conseguenza di questa perdita, il futuro “un albero che balzerà fulmineamente dalla vostra fine” (De Grigio, La Torre 1930).
2.2 La storia vista dallo spiritualismo contemporaneo
“Al tempo in cui l’uomo aveva una conoscenza frammentaria della possibilità di risolvere il problema dell’esistenza umana […] attribuì a questa molti nomi: Brahama, Tao, Nirvana, Dio. […]
Ma il fine fu presto convertito in un assoluto e vi fu costruito intorno un sistema” (Erich Fromm, padre del new age).
Il new age abbonda di riferimenti ad un’epoca patriarcale in cui gli essere vivevano in una società consumistica e sessualmente libera (Il piacere è sacro di Eisler; Dio è nato donna di Rodriguez). In Le nebbie di Avalon di Bradley, Morgana, dopo aver a lungo lottato affinché il culto della dea non venisse soppiantato dal cristianesimo, si accorge che tale continua lo stesso, osservando alcune suore che pregano davanti alla statua di una santa.
Nella cultura spiritualista di sinistra i fondatori mitici delle religioni sono ribelli all’ordine precedente (Mosè vs egizi; Buddha vs caste hindù; cristiani vs imperatori; eretici vs Chiesa; etc.).
2.3 La storia secondo i tradizionalisti
L’umanità del mondo della Tradizione è un concetto assai diverso dall’umanità del mondo moderno. Per gli studiosi tradizionalisti il materiali storico e scientifico riguardante a quel periodo (anche antecedente al IV secolo a.C.) non è utile per comprenderlo. Assai valido è invece il mito, la leggenda, la saga. La storia si spiega col mito ed, effettivamente, nelle struttura mitologica universale, la morte, linea di confine tra uomini e dei, pare essere sopraggiunta da una caduta. L’uomo perse la sua natura divina.
2.4 La rivoluzione dall’alto e la rivoluzione dal basso
Sia la “cultura di destra” che quella “di sinistra” esistono nell’auspicio di una rivoluzione dell’esistente.
Nella prima la frequentazione dei misteri, la conoscenza, dell’universo e degli dei è prerogativa delle classi alte; la spiritualità deve rimanere appannaggio di pochi o meglio, “ad ognuno la propria spiritualità”. Così, per i tradizionalisti, una rivolta che parta dal basso, in nome di valori spirituali, è assurda; la violenza in questo caso è “paradossalmente” prerogativa della “cultura di sinistra”.
Ovviamente, se abbiamo in mente, come destra Pinochèt, Mussolini o Hitler e come sinistra Allende, Matteotti e Amendola, il discorso qui non tiene; è opportuno liberarsi dai pregiudizi di qualunque segno e ricordare che si parla delle radici esoteriche di due culture e non semplicemente di due partiti politici.
Fabrizio Ponzetta - Jubal Editore
Cap.1
L’esoterismo nella cultura di destra, l’esoterismo nella cultura di sinistra
1.1 Politica, exoterismo ed esoterismo
Nel mondo antico la politica non godeva di alcuna autonomia, era indistinguibile dalla morale e dalla religiosità fu Niccolo Machiavelli a riformare questo concetto di politica. La Chiesa Cattolica si oppose alla nuova ideologia tanto che, l’abate scrittore Augustin Barruel, parlò del fine delle logge massoniche, come quello della sostituzione dei valori morali e religiosi del cattolicesimo con quelli laici della massoneria. Diversa la posizione delle altre chiese protestanti notoriamente nate sotto l’ala protettiva della politica moderna. In tutto questo la cultura exoterica spiccatamente cattolica e quella esoterica si fronteggiano.
1.2 Cultura di destra e cultura di sinistra
Da lato sinistro si inseguono i valori del progresso e della modernità, della cultura positivista e materialista; si genera l’immagine ideale dei “tempi messianici”, secolarmente tradotta nel socialista “Sol dell’avvenire”, che nello spiritualismo contemporaneo diventa il “New Age”.
Dal lato destro ci si rifà ai valori del mondo della tradizione ovvero i valori spirituali che costituiscono l’unico e supremo punto di riferimento per l’organizzazione dello stato; si genera quindi l’immagine dei un tempo che fu, di un’età dell’oro, in cui gli uomini-dei vivevano nell’ordine cosmico che si rifletteva nell’ordine sociale.
La Nuova Sinistra si sganciò però dalla ideologia marxista-leninista e anche da una visione materialista e pragmatica della vita. Incanalò invece, in un “contrordine” di rivoluzione interiore, guidato da una serie di guru, culti orientali, ecologisti, tradizionali e filosofie neopagane. Rilesse Reich inventando la psicoterapia umanista, le terapie bioenergetiche, sviluppando (grazie ai principali Steiner, Krishnamurti, Rajnessh) un esoterismo di massa, ovvero il new age.
Le critiche, dei cardinali tradizionalisti Evola e Guénon, furono di eccessiva superficialità, nella fuorviante riletture in senso moderno della Tradizione.
Cap.2
La percezione della storia nella cultura di destra e nella cultura di sinistra
2.1 Presente, passato e futuro
Mentre a “destra” l’esoterismo è un complesso di segreti che non devono essere divulgati, ma piuttosto custoditi; a “sinistra” appare come una “grotta dei tesori” che farebbero evolvere l’individuo e l’umanità verso una “nuova era dell’acquario”.
Nella cultura di “sinistra” il passato (sopratutto mitico) è un tempo oscuro, dove regnano superstizione ed ignoranza, il presente una evoluzione ancora imperfetta, il futuro sarà migliore.
Nella cultura di “destra”, invece, il passato è un età dell’oro irrimediabilmente persa, nella quale ognuno viveva al suo posto secondo un ordine naturale e senza invidia di classe. Il presente è una terribile conseguenza di questa perdita, il futuro “un albero che balzerà fulmineamente dalla vostra fine” (De Grigio, La Torre 1930).
2.2 La storia vista dallo spiritualismo contemporaneo
“Al tempo in cui l’uomo aveva una conoscenza frammentaria della possibilità di risolvere il problema dell’esistenza umana […] attribuì a questa molti nomi: Brahama, Tao, Nirvana, Dio. […]
Ma il fine fu presto convertito in un assoluto e vi fu costruito intorno un sistema” (Erich Fromm, padre del new age).
Il new age abbonda di riferimenti ad un’epoca patriarcale in cui gli essere vivevano in una società consumistica e sessualmente libera (Il piacere è sacro di Eisler; Dio è nato donna di Rodriguez). In Le nebbie di Avalon di Bradley, Morgana, dopo aver a lungo lottato affinché il culto della dea non venisse soppiantato dal cristianesimo, si accorge che tale continua lo stesso, osservando alcune suore che pregano davanti alla statua di una santa.
Nella cultura spiritualista di sinistra i fondatori mitici delle religioni sono ribelli all’ordine precedente (Mosè vs egizi; Buddha vs caste hindù; cristiani vs imperatori; eretici vs Chiesa; etc.).
2.3 La storia secondo i tradizionalisti
L’umanità del mondo della Tradizione è un concetto assai diverso dall’umanità del mondo moderno. Per gli studiosi tradizionalisti il materiali storico e scientifico riguardante a quel periodo (anche antecedente al IV secolo a.C.) non è utile per comprenderlo. Assai valido è invece il mito, la leggenda, la saga. La storia si spiega col mito ed, effettivamente, nelle struttura mitologica universale, la morte, linea di confine tra uomini e dei, pare essere sopraggiunta da una caduta. L’uomo perse la sua natura divina.
2.4 La rivoluzione dall’alto e la rivoluzione dal basso
Sia la “cultura di destra” che quella “di sinistra” esistono nell’auspicio di una rivoluzione dell’esistente.
Nella prima la frequentazione dei misteri, la conoscenza, dell’universo e degli dei è prerogativa delle classi alte; la spiritualità deve rimanere appannaggio di pochi o meglio, “ad ognuno la propria spiritualità”. Così, per i tradizionalisti, una rivolta che parta dal basso, in nome di valori spirituali, è assurda; la violenza in questo caso è “paradossalmente” prerogativa della “cultura di sinistra”.
Ovviamente, se abbiamo in mente, come destra Pinochèt, Mussolini o Hitler e come sinistra Allende, Matteotti e Amendola, il discorso qui non tiene; è opportuno liberarsi dai pregiudizi di qualunque segno e ricordare che si parla delle radici esoteriche di due culture e non semplicemente di due partiti politici.
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